Salerno

La Città

L’ETA’ ANTICA

La nascita della Città di Salerno

Busto di statua, scultura ospitata al Museo Archeologico Provinciale

Busto di statua, scultura ospitata al Museo Archeologico Provinciale

Salerno nasce come colonia romana (Salernum) nel 194 a.C. Il Senato di Roma nel 197 a.C. aveva decretato la fondazione di cinque nuove colonie, quattro in Campania (Volturnum, Liternum, Puteoli, Salernum) ed una in Lucania (Buxentum), tutte costiere, probabilmente in funzione di difesa e controllo della costa e delle rotte. Espletate le operazioni preparatorie, tre anni dopo un gruppo di 300 cittadini romani, con le rispettive famiglie, si insedia a Salernum, nell’area corrispondente all’attuale centro storico, costituita da uno spazio piuttosto esiguo, caratterizzato da terrazzi naturali, solcati da brevi corsi d’acqua e affacciati sul mare, sulle pendici di una collina piuttosto impervia.

La decisione di Roma di fondare un insediamento nel settore settentrionale della piana del Sele (Ager Picentinus) rientra nel nuovo assetto che per questa regione si profila alla conclusione dalla fine della guerra con Taranto (280-272 a.C.), che segna il passaggio dell’Italia del sud sotto il controllo romano. Già nel 273 a.C., infatti, viene dedotta a Paestum, nella parte meridionale della piana del Sele, una colonia di cittadini latini che vanno a insediarsi sul sito della greca Poseidonia, ormai occupata dai Lucani.

Nei secoli precedenti la fondazione di Salernum nell’Ager Picentinus si erano sviluppati due centri di origine etrusca poi occupati dai Sanniti, nei pressi delle attuali Pontecagnano e Fratte. Il primo entra in crisi agli inizi del III sec. a.C. e sul suo sito nel 268 a.C. i Romani deportano un gruppo di abitanti dal Piceno, che saranno detti Picentini, fondando la città di Picentia. In occasione delle campagne militari di Annibale in Italia meridionale, durante la II guerra punica (218-202 a.C.), i Picentini si ribellano e passano dalla parte del Cartaginese. Per questo motivo, alla fine del conflitto, i Romani li costringono ad abitare sparsi sul territorio.

Intorno alla metà del III secolo a.C. si colloca l’abbandono dell’insediamento di Fratte, cui fa seguito, dopo circa mezzo secolo, la nascita di Salernum. Secondo lo storico Tito Livio, la fondazione di questa nuova colonia avviene “ad castrum Salerni”, cioè presso un preesistente centro fortificato (castrum), finora non individuato dalla ricerca archeologica, sorto, come la stessa Salernum, secondo il geografo Strabone, per presidiare il territorio dei ribelli Picentini. 


Salerno in età romana

Base di statua. Fine I sec. d.C.

Base di statua. Fine I sec. d.C.

Delle vicende di Salernum in età romana si conosce poco: le fonti letterarie riportano notizie quanto mai scarne, mentre qualche dato in più si desume dalla documentazione epigrafica.

Durante la guerra tra Roma e gli alleati italici (socii), la cd. “guerra sociale” (91-88 a.C.), Salernum viene conquistata dall’esercito degli insorti guidato da Papio Mutilo, che vi arruola schiavi e prigionieri.

All’inizio dell’età imperiale la città è ricordata da Orazio, che si informa presso il suo amico Numonio Vala, forse un salernitano, se gli convenga, in alternativa a Baia, soggiornare per le sue cure a Salernum o a Velia, premurandosi di conoscere le condizioni relative a clima, popolazione, vino e cibo. È tuttavia improbabile che dietro questa notizia, come pure si è sostenuto, debba vedersi il riferimento all’esistenza, già in età romana, di una sorta di “scuola medica”.

Anche Salernum viene danneggiata dal terremoto del 79 d.C.: a tale circostanza, infatti, sono stati riferiti i lavori di restauro ad edifici pubblici, grazie ad un intervento dell’imperatore Tito, cui si fa riferimento in un’iscrizione rinvenuta nel 1948 nella necropoli di corso Vittorio Emanuele.

Rispetto al silenzio delle fonti letterarie dalla documentazione epigrafica si ricavano, per l’età imperiale, interessanti notizie sulla città, soprattutto sul suo assetto istituzionale e amministrativo, sulla popolazione e sulla società.

Un periodo importante per la vita di Salernum sembrerebbe essere rappresentato dall’età di Costantino (306-337 d.C.): due basi di statue rinvenute a Largo Abate Conforti, forse corrispondente all’area del foro, una relativa ad una statua dedicata dal senato cittadino all’imperatore Costantino, l’altra posta in onore di sua madre Elena da Alpinio Magno, governatore (corrector) della provincia di Lucania e Bruzio (odierna Calabria). Molto probabilmente in questo periodo Salernum non rientra più nella Regio I (Latium et Campania) ma è annessa alla Regio III (Lucania et Bruttium), essendone forse anche la sede dei governatori.

Tra la fine del IV e gli inizi del V secolo d.C. un evento calamitoso sconvolge Salernum. Un’alluvione causata da un torrente che attraversava l’area urbana rende talmente difficile la situazione che molti abitanti decidono di abbandonare la città. Provvidenziale si rivela l’intervento del patrono Arrio Mecio Gracco, che, come si apprende dall’iscrizione posta sulla base di una statua a lui dedicata dal senato locale, cura il ripristino delle aree devastate ridando fiducia ai cittadini, impedendo lo spopolamento della città.

IL MEDIOEVO

Salerno alto-medioevale

Arechi, codice XII sec., Cava dei Tirreni, Archivio Abbazia SS. Trinità

Arechi, codice XII sec., Cava dei Tirreni, Archivio Abbazia SS. Trinità

Un’epigrafe, databile tra fine IV secolo – inizi V, celebra Arrius Mecius Gracchus per aver fatto realizzare importanti lavori a Salerno, allora colonia romana, dopo i danni creati da una forte alluvione. A distanza di qualche decennio, sullo scorcio del V secolo, un impianto termale di età imperiale veniva adattato ad edificio di culto e a cimitero destinato a persone di alto rango, costituendo le fondamenta di quello che più tardi sarà denominato il complesso di Pietro a Corte.

Un evento catastrofico e una progressiva ricostruzione, dunque, caratterizzano gli ultimi decenni della Salerno tardo-antica, sulla quale tuttavia le fonti ci raccontano ben poco, sicché una lunga fase di silenzio circonda le sue vicende fino a quando, nel secolo VIII, essa emergerà dall’oblio della storia scritta e sarà definita opulentissima dallo storico longobardo Paolo Diacono. In tutti i casi, anch’essa aveva condiviso con altre città la lunga fase di riassestamento seguita alla caduta dell’Impero romano d’occidente e, prima che i Longobardi di Benevento la conquistassero, intorno al 640, aveva gravitato nell’orbita bizantina, in dipendenza dal duca di Napoli. Inoltre, era stata direttamente coinvolta nelle fasi della lunga guerra tra Goti e Bizantini (535-553) ed inserita nel sistema difensivo bizantino con l’erezione di una turris sulla collina Bonadies, destinata a controllare la pianura sottostante e le vie di comunicazione che portavano a nord.

A qualche decennio prima risalgono anche le prime testimonianze della diocesi poiché un vescovo Gaudenzio partecipò al I sinodo generale indetto da papa Simmaco nel 499, seguito da una serie di prelati la cui lista, fino almeno a tutto l’alto-medioevo, rimane ancora fortemente incerta.

Anche i primi tempi della dominazione longobarda rimangono poco noti  fino alla conquista di Pavia (774), la capitale del Regno longobardo, da parte di Carlo Magno, quando Arechi II, duca-principe di Benevento, si trasferì a Salerno per meglio difendersi dall’avanzata franca. Ed è proprio con gli interventi edilizi arechiani che inizia la vera storia di Salerno medievale, protagonista di uno sviluppo continuo che la porterà nell’XI secolo ad assumere quel titolo diopulenta che sarà impressa sulle monete degli ultimi principi longobardi. Qui Arechi, oltre a provvedere ad opere di fortificazione, costruirà un palatium, utilizzando parte delle strutture delle terme romane, che, celebrato da Paolo Diacono, diventerà il simbolo per eccellenza del potere del principe e più tardi il simbolo stesso della città altomedievale.

Nel 787 egli  fu sepolto nella cattedrale cittadina, come ci ricorda un epitaffio dettato da Paolo Diacono che lo celebra come il fondatore della città,  e si tratta della prima notizia della Ecclesia maior longobarda. La sua origine va collocata almeno nel V secolo ma non se ne conosce l’esatta ubicazione benché sia probabile, sulla base di una documentazione però molto più tarda, che fosse collocata ad est dell’archiepiscopio.

Pavimento musivo XII sec., Salerno, Duomo

Pavimento musivo XII sec., Salerno, Duomo

Gli interventi di fortificazione continuarono con il figlio Grimoaldo che eresse un antemurale (il “muricino”) a sud della vecchia cinta marittima, sicché l’area racchiusa tra le due cortine di cinta fu detta inter murum et muricinum, diventando poi un quartiere urbano. La storia successiva della città fu segnata da un graduale sviluppo urbano lungo tutte le direttrici cardinali  e dalla nascita di alcuni quartieri, tra cui va segnalato almeno quello ebraico, la Giudaica, che si trova attestato nelle fonti a partire dalla fine del X secolo.

Le vicende longobarde di Salerno seguiranno fondamentalmente quelle del Ducato di Benevento almeno fino a quando, tra l’848-849, essa si elevò a Principato autonomo con il principe Siconolfo, diventando così il centro di un vasto territorio comprendente diversi distretti (i gastaldati). L’affrancamento da Benevento ne accrescerà progressivamente un ruolo politico che troverà il suo esito più alto con il Principato di Guaimario IV († 1052), quando Salerno riuscì a controllare, in maniera diretta o indiretta, una vasta area dell’Italia meridionale. Intanto la sua sede diocesana era stata elevata a metropolia, intorno al 983, per cui l’arcivescovo salernitano esercitava la sua giurisdizione su un territorio  che superava i confini dello stesso Principato.

Dopo la morte di Guaimario, però, il figlio Gisulfo II avrebbe assistito alla fine del Principato e Salerno, in un lungo assedio nell’inverno tra il 1075 e il 1076, cadde nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo. Pur entrando nell’orbita del potere dei nuovi dominatori, essa restò il centro più importante del Ducato di Puglia e Calabria, affidato da papa Niccolò II al Guiscardo con l’accordo di Melfi del 1059.


Salerno normanno-sveva

San Matteo, mosaico XIII sec., Salerno, Duomo

San Matteo, mosaico XIII sec., Salerno, Duomo

Il ruolo politico di Salerno spiega perché proprio qui il Guiscardo, con il concorso dell’arcivescovo Alfano (1058-1085), abbia realizzato una grandiosa cattedrale romanica consacrata a s. Matteo. La nuova costruzione sarebbe diventata uno dei simboli imperituri di Salerno,  grazie anche al fatto che in essa erano custodite le reliquie attribuite all’apostolo, traslate in città già dal 954.

Anche con la creazione del Regno ad opera di Ruggero II (1130) Salerno non perse la sua centralità politica nel Mezzogiorno continentale, come dimostra il fatto che in questi anni sia arcivescovo della città Romualdo Guarna, legato alla corte palermitana, intellettuale e medico ma anche figura di spicco nelle complesse dinamiche dello scontro tra Federico I Barbarossa, il Papato e i Comuni. Non è casuale, inoltre, che nello stesso periodo sia registrata qui la più numerosa comunità ebraica meridionale, o che la Scuola Medica Salernitana raggiunga il suo massimo sviluppo istituzionale.

Le vicende future, ovviamente, seguirono quelle del Regno, anche quando questo passò, in maniera non del tutto pacifica, sotto la dominazione degli Svevi, imperatori di Germania, alla morte del re normanno Guglielmo II. Nel complesso schieramento di forze che si creò in questa circostanza i Salernitani assunsero una posizione filonormanna, attirandosi l’ostilità di Enrico VI che, avendo sposato Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II, era il legittimo erede del Regno. Anche durante la dominazione sveva la storia di Salerno non si discostò da quella di altre città meridionali, riflettendo anch’essa il conflitto tra Federico II e il Papato scoppiato alla fine degli anni trenta del XIII secolo.


Salerno angioina

Ma ormai Salerno e il Mezzogiorno dovevano aprirsi ad una nuova dinastia, quella angioina, ed anche in questo caso, come avvenne in altre città del sud, i Salernitani si divisero tra i sostenitori degli Svevi e degli Angioini, tra i quali il più rappresentativo fu l’arcivescovo Matteo della Porta. Con gli Angioini la città diventò il centro della nuova entità politica creata alla fine del ‘200, il Principato Citra, e mantenne a lungo in tale territorio una supremazia economica, sociale e politica. Tuttavia il suo ruolo politico, che si era sostanzialmente mantenuto in età normanno-sveva, andava definitivamente ridimensionandosi, per cedere progressivamente il passo a Napoli, che proprio con gli Angiò sarebbe diventato il vero cuore del Mezzogiorno, confinando le altre città – pur con una storia illustre come Salerno –  al rango di periferie del Regno.

L’ETA’ MODERNA

Dal regno aragonese al viceregno spagnolo

Salerno, cripta della cattedrale, abside destra. Affresco raffigurante l'assedio alla città del 1544

Salerno, cripta della cattedrale, abside destra. Affresco raffigurante l’assedio alla città del 1544

Dopo il periodo svevo, nel quale era stata città demaniale, Salerno nel 1439 fu infeudata agli Orsini per passare, nel 1463, ai Sanseverino, mantenendo in questa condizione un ruolo di capitale di uno Stato indipendente e di raccordo tra Napoli e le province del Principato. Con l’avvento degli spagnoli, soprattutto per la progressiva forza attrattiva di Napoli, capitale e grande città, Salerno fu interessata da un processo di provincializzazione che le impedì di emergere nei confronti dei centri minori.

Dopo la congiura dell’ultimo dei principi di Salerno, Ferrante Sanseverino, contro il viceré spagnolo Toledo (1557), la città fu tolta ai Sanseverino e resa demaniale per poi essere rivenduta, nel 1578, al mercante Nicola Grimaldi, duca di Eboli. Finalmente, nel 1590, con un versamento di 90.000 ducati riuscì a riscattarsi tornando ad essere città demaniale.

Nel XVI secolo Salerno visse una difficile transizione da centro di un grande “stato” feudale a modesta realtà urbana della nuova organizzazione statale spagnola. Non a caso proprio in questo periodo i suoi casali accoglievano una popolazione molto più ampia e un’attività economica indipendente rispetto a quella del centro urbano, tanto che è stata coniata la definizione di «città assente».

Dopo i ripetuti tentativi di riscatto dalla condizione di feudo per divenire città demaniale, comincia ad emergere una nuova idea di libertà ed un più determinato processo di formazione di identità cittadina. Questo processo si concentrò intorno ad alcuni simboli risalenti indietro nel tempo, luoghi del potere strettamente collegati tra loro: il Castello di Arechi, la chiesa di San Pietro a Corte, la Scuola medica salernitana, il Duomo, il porto, la fiera non a caso inaugurata solennemente dal Maestro proprio nel Duomo.


Amministrazione cittadina

Roma, Biblioteca Angelica, disegni Rocca, Salerno, 1584

Roma, Biblioteca Angelica, disegni Rocca, Salerno, 1584

Dal punto di vista dell’amministrazione, una caratteristica dell’ordinamento salernitano, è la presenza di elementi tipici dell’antico iure Longobardorum come testimonia la figura dello Strategoto, rappresentante regio, che insieme al giudice assessore e al notaio esaminava le decisioni della cittadinanza in materia civile e penale. Nelle linee generali, sappiamo che gli organi di rappresentanza dei ceti e di gestione del potere a Salerno erano i seggi, tre nobili ed uno popolare.

La città godeva della prerogativa di “piazza chiusa”, il che comportava da parte delle famiglie aggregate il privilegio, gelosamente custodito, di sedere nei seggi e di controllare le nuove aggregazioni quando se ne presentava la necessità. Il consiglio era composto da sette eletti, oltre al sindaco, tre nobili (scelti dai seggi di Portanova, Portarotese e Campo) e tre popolari, nominati dalla piazza del popolo. A turno, nobili e popolari, nominavano il sindaco, designato un anno dai nobili ed un anno dai popolari. Le cariche, rinnovate ogni anno a decorrere dal 1° settembre e a carattere onorario, non potevano essere reiterate se non dopo un congruo periodo, né affidate a persone che fossero debitrici o in lite con il comune. A conclusione del mandato l’amministrazione gestita dagli eletti doveva passare al vaglio dei razionali scelti dal pubblico parlamento.


Salerno tra sette e ottocento

Salerno in Salmon, Lo stato presente in tutti i paesi e popoli del mondo, 1741

Salerno in Salmon, Lo stato presente in tutti i paesi e popoli del mondo, 1741

Superata dal punto di vista demografico dai suoi stessi casali, Salerno non riuscì a guidare l’economia del contesto provinciale, avendo perso rilievo già da tempo sul piano mercantile, pur conservando rinomanza soprattutto per la scuola medica. Anche le ricostruzioni dopo i terremoti di fine seicento avvenivano in un ambiente di provincia con un centro cittadino ristretto nella cinta urbana delineatasi nei secoli precedenti.

Ancora nel settecento Giuseppe Maria Galanti avrebbe sottolineato l’assenza di un centro capace di diventare punto di riferimento di tutta la vita civile del Principato: condizione questa che, per il carattere parassitario dei ceti privilegiati e professionali e per l’incapacità della città di porsi come elemento di coordinamento e organizzazione dell’attività economica del principato citra, limitava lo sviluppo di una provincia per quanto estesa e ricca di risorse naturali.

Tra settecento e primo ottocento i circuiti di distribuzione dei prodotti della provincia rimanevano ancora relativamente autonomi e utilizzavano canali di produzione e commercializzazione spesso esterni alla città di Salerno. Quanto all’antica scuola medica, nel 1810, durante il decennio francese, fu soppressa a favore della centralità dall’Università di Napoli, durissimo colpo per la tradizione millenaria della scuola.


Salerno contemporanea

La storia di Salerno, in età contemporanea, sintetizza i caratteri principali della trasformazione e della modernizzazione del Mezzogiorno italiano. La città, e la sua provincia, sono stati un terreno importante di sperimentazioni politiche, culturali e sociali che ne hanno marcato lo sviluppo fino ai nostri giorni. Agli albori dell’età contemporanea, dopo le grandi rivoluzioni atlantiche, anche il salernitano era stato coinvolto dai dibattiti, politici e culturali, dell’epoca dei lumi. Alcuni tra i maggiori illuministi del napoletano provenivano dal suo ambiente sociale. Nei giorni convulsi della rivoluzione e della guerra civile del 1799, Salerno (come quasi tutto il territorio provinciale) fu teatro di sanguinosi scontri tra repubblicani e realisti, francesi ed inglesi. Nel Decennio francese, abolito il feudalesimo e superate le strutture di Antico regime e le sue eredità del passato (come la Scuola medica salernitana), la città diventò il centro istituzionale di una vasta provincia, i cui caratteri politici, come i  confini geografici, si sono largamente conservati fino ai nostri giorni.

Nella prima metà dell’Ottocento la vicinanza alla capitale, Napoli, lo sviluppo nel suo circondario di alcuni dei primi segmenti industriali del regno e la dimensione demografica del territorio provinciale restituirono progressivamente a Salerno un ruolo perso nell’età moderna. La politicizzazione di settori importanti della società combinò questi elementi con una lotta ideologica che conobbe fasi difficili e intense, spesso drammatiche e sanguinose. Nella rivoluzione costituzionale del 1820 Salerno fu il centro principale della mobilitazione liberale. Nei decenni dell’assolutismo registrò una complessa e alternante lotta politica tra i difensori del regime borbonico e i sostenitori del liberalismo, le cui linee principali continuarono nella rivoluzione del 1848 e fino al crollo del regime borbonico. Nel 1857, ad esempio, ospitò uno dei primi grandi processi del secolo seguiti dalla stampa internazionale, quello tenuto ai superstiti della Spedizione di Carlo Pisacane, sconfitta nel Vallo di Diano dalle forze di sicurezza borboniche. Per questi motivi, Salerno fu scelta come obiettivo strategico della marcia di Garibaldi nel 1860 e diventò uno dei luoghi simbolici della rivoluzione nazionale unitaria nel vecchio Regno delle Due Sicilie. Il comune capoluogo, e molti centri della provincia, dove si era formata una importante élite nazionale liberale, furono tra i primi a votare l’adesione alla nascente nazione italiana.

Salerno si trasformò nell’età liberale (1861-1922). Innanzitutto perché diventò un crocevia ferroviario e commerciale tra i più importanti del Mezzogiorno italiano. In secondo luogo perché fu una delle roccaforti della Sinistra storica e di conseguenza uno dei centri più attivi della politica meridionale fino all’età giolittiana. Le testimonianze dell’epoca sono visibili nella trasformazione urbana, che ampliò definitivamente il cerchio cittadino fuori dalle antiche mura, modificò molti spazi nella toponomastica o nelle rappresentazioni fisiche, come le statue della Villa comunale e il teatro Verdi, che celebravano la definitiva integrazione nella nuova nazione italiana. La massiccia partecipazione della popolazione provinciale alla Grande Guerra contribuì a cambiare il contesto sociale ed economico che accompagnò la crisi dello stato liberale. Salerno registrò episodi di lotta, figli del contrasto tra fascisti ed antifascisti, fino alla definitiva sostituzione dell’amministrazione liberale, legata a Giovanni Amendola, con un governo cittadino espressione del regime di Mussolini. Il fascismo salernitano continuò le linee di espansione della città nel Ventennio, celebrando la sua vittoria con gli edifici che ancora oggi segnano aspetti importanti dell’identità locale (Casa comunale e Prefettura). Negli anni del regime iniziò una significativa trasformazione della relazione tra la città e le aree circostanti, innanzitutto la piana del Sele e l’agro nocerino-sarnese, dove nuove attività imprenditoriali, legate al tabacco, all’edilizia e alle meccanica iniziarono a formare un diverso profilo economico sociale del salernitano.

Nel 1943 Salerno diventò il crocevia della crisi del fascismo e del vecchio stato italiano, e una delle zone calde delle frontiere dell’Europa nazista. La piana fu il teatro del primo grande sbarco alleato sul continente e della dura battaglia che seguì tra gli anglo-americani e le armate di Hitler. Pochi mesi dopo, il governo italiano, ricostituito dopo il collasso dell’armistizio, si trasferì a Salerno, dove l’esecutivo cercò di ricostruire la legittimità e la continuità istituzionale dello stato, mentre vecchi e nuovi partiti iniziarono un percorso che terminerà pochi anni dopo con la fondazione della Repubblica (svolta di Salerno, 1944). In città questo processo di transizione finirà solo negli anni Cinquanta, con la sparizione dei monarchici e la definitiva affermazione dei partiti di massa. Nella prima fase della storia repubblicana, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta, la città registrò la più grande trasformazione della sua storia. La progressiva marginalizzazione del contesto rurale e contadino, con la contestuale accelerazione dell’urbanizzazione, insieme alla crescita economica, moltiplicata negli anni del Miracolo, cambiarono radicalmente il volto di Salerno. L’espansione demografica, la creazione di importanti infrastrutture come il porto, la localizzazione di imprese pubbliche e private nella neocostituita zona industriale definirono le linee principali dell’attuale assetto urbano. Inoltre, la presenza delle grandi forze politiche repubblicane contribuì ad inserire la provincia, spesso con successo, nella nuova stagione della storia italiana, segnata dal protagonismo assoluto degli attori partitici e sindacali, innanzitutto la Democrazia Cristiana, in secondo luogo le sinistre socialista e comunista.

Alla fine degli anni Settanta la città cominciò una fase diversa, durata fino ad oggi ma simile a quella degli altri centri urbani italiani ed europei, segnata dalla progressiva laicizzazione e mobilitazione della società, dalla conseguente sparizione delle ultime tradizioni della società rurale e dalla diffusione di modelli culturali moderni e livelli di alta scolarizzazione. La crescita dell’Università, fino alla sua trasformazione in un grande ateneo, negli anni Novanta, fu uno dei più evidenti passaggi, anche simbolici, di questa stagione storica. La politica, segnata dalla crisi dei partiti del 1992-94, registrò la fine dei grandi partiti di massa e la formazione di modelli segnati da una accentuata personalizzazione della politica e dei processi decisionali. Allo stesso tempo la città cambiò la sua caratterizzazione sociale ed economica. Le grandi imprese sparirono una dopo l’altra, mentre piccole e medie aziende si distribuivano soprattutto nelle aree territoriali limitrofe o nella fascia appenninica. Lo sviluppo dell’area metropolitana consentì l’accentuazione del profilo commerciale della città mentre l’espansione edilizia ebbe momenti altalenanti. La crescita delle presenze di viaggiatori, nelle coste cilentana ed amalfitana, e nell’entroterra, a partire dagli ultimi anni, ha permesso anche un maggiore sviluppo turistico della città, favorito dal successo del recupero degli spazi fisici ed architettonici del centro storico.


La contemporanea città delle arti e dell’architettura

Pino Musi, Attraverso 2. Il cantiere della stazione marittima dell'architetto Zaha Hadid, a Salerno, 2012, courtesy dell'artista e della galleria Leggermente Fuori Fuoco

Pino Musi, Attraverso 2. Il cantiere della stazione marittima dell’architetto Zaha Hadid, a Salerno, 2012, courtesy dell’artista e della galleria Leggermente Fuori Fuoco

Tra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso Salerno ha vissuto una stagione culturalmente vivace, segnata non soltanto dalla presenza di importanti studiosi e intellettuali, legati alla giovane Università degli Studi, nelle cui aule s’incontravano Edoardo Sanguineti e Tullio De Mauro, Filiberto Menna e Gioacchino Lanza Tomasi, Achille Mango e Mario Perniola, per citare solo qualche nome, ma caratterizzata anche da un fervore diffuso che si esprimeva nella nascita di gallerie d’arte, librerie e circoli culturali e nell’organizzazione di importanti rassegne teatrali e cinematografiche, mostre e convegni di grande respiro che coinvolsero la città in un clima di entusiasmo e di partecipazione. Le mostre promosse da Marcello Rumma, collezionista ed editore d’eccezione, tra gli artefici dell’affermazione internazionale dell’arte povera; le tre indimenticate edizioni della Rassegna Teatro Nuove Tendenze, che sotto la guida di Filiberto Menna e di Giuseppe Bartolocci  proposero a Salerno il meglio dell’avanguardia teatrale; l’attività delle gallerie, tra cui spiccava quella de Il Catalogo, uno spazio tuttora attivo fondato nel 1968 grazie all’incoraggiamento del poeta Alfonso Gatto; la formazione, nella seconda metà degli anni settanta, del Teatro Gruppo, in cui maturarono esperienze legate alle tradizioni popolari, alla musica, al teatro ed anche alla fotografia: sono questi solo alcuni degli episodi che scandirono una fase cruciale della crescita culturale di Salerno, che di quegli anni ha raccolto solo in parte la ricchissima eredità.

Gli ultimi decenni del Novecento hanno infatti visto soprattutto l’istituzionalizzazione di alcune esperienze: nel 1989 nasce per volontà della famiglia la Fondazione Filiberto Menna. Centro Studi d’Arte Contemporanea, che ha aperto alla città la biblioteca dello storico e critico d’arte salernitano e che tuttora promuove, sulla scorta della lezione analitica dello studioso, la riflessione sui linguaggi e sulla teoria delle arti attraverso incontri, convegni, dialoghi d’artista, workshop e mostre di ricerca; viene in seguito istituita la Fondazione Alfonso Gatto, che dopo alterne vicende oggi lavora in maniera più decisa alla valorizzazione della produzione letteraria e artistica del poeta. Molto più giovane è la Fondazione Salerno Contemporanea, rivolta in particolare alla proposta di esperienze e ricerche teatrali. Agli anni Novanta risale la nascita di Linea D’Ombra-Festival delle culture giovani, che si è affermato come una vetrina dei linguaggi e della creatività delle ultime generazioni, con attenzione al cinema, alla video arte, alla performance, alla grafica e alla musica, che a Salerno vanta un’importante tradizione, soprattutto nell’ambito del jazz.

Accanto alle attività espositive promosse dalla Fondazione Menna, dalle gallerie d’arte – tra cui quella di Paola Verrengia si caratterizza per continuità – e da alcune associazioni, nei primi anni del nuovo secolo l’arte contemporanea si è mostrata a Salerno grazie ad eventi sostenuti direttamente dalle amministrazioni locali. Negli spazi ritrovati del Complesso Monumentale di Santa Sofia il Comune ha proposto mostre di grande richiamo che hanno presentato, tra l’altro, opere di Picasso, Mirò, Warhol e progetti di Pier Luigi Nervi, mentre Palazzo Sant’Agostino, sede della Provincia, ha ospitato prevalentemente artisti legati al territorio, che trovano oggi accoglienza anche negli spazi della Pinacoteca Provinciale. Tra il 2011 e il 2011 la Soprintendenza BSAE di Salerno ed Avellino ha promosso la rassegna door-to-door, interventi site-specific di arte contemporanea nel Centro Storico di Salerno, dove sono ancora visibili alcune opere realizzate per l’occasione. Ad arricchire il patrimonio monumentale della città sono poi la Fontana felice realizzata da Ugo Marano in ceramica azzurra a Corso Garibaldi e a piazza Flavio Gioia la fontana dei Delfini di Riccardo Dalisi. Il centro della città da alcuni anni ospita nei mesi invernali le effimere architetture luminose che disegnano il percorso colorato delle Luci d’artista, manifestazione che ottiene un ampio successo di pubblico.

L’attenzione per la letteratura si è espressa nell’attività, iniziata nel 1996, della Casa della Poesia, che nel corso degli anni ha portato a Salerno alcuni tra i protagonisti della poesia internazionale, e, più di recente, nel Festival Salerno Letteratura che, grazie anche al determinante contributo dell’Università,  per alcuni giorni occupa la città, le sue strade e le sue piazze, con le parole e le voci della letteratura contemporanea.

Negli ultimi decenni è poi cresciuto notevolmente, grazie alla politica urbanistica del Comune, l’interesse per l’architettura. Salerno, il cui paesaggio urbano è tra l’altro segnato da alcuni interessanti episodi di architettura di primo Novecento, accoglie così oggi una serie di progetti, per lo più ancora in corso di realizzazione, firmati da alcune fra le grandi archistar contemporanee: è il caso, ad esempio, della cittadella giudiziaria disegnata da David Chipperfield e della stazione marittima di Zaha Hadid, senza dimenticare il più defilato palazzetto dello sport di Tobia Scarpa nella zona orientale. Cantieri che, assieme a quello, molto discusso, del monumentale Crescent firmato dall’architetto catalano Ricardo Bofill, restituiscono l’immagine di una città in continua trasformazione.